Qualche mese fa ho passato un giorno da sola a Edimburgo mentre aspettavo che una mia cara amica arrivasse con il volo del giorno successivo. Non vedevo questa mia amica di Londra da più di un anno. Non ci sentivamo spesso ma quando lo facevamo ci raccontavamo le cose importanti – quelle che si riservano all’amicizia che ha la forza di oltrepassare il tempo e gli spazi.
Così ci eravamo date appuntamento per il sabato, mentre io ero arrivata di venerdì ed ero avida di quel tempo da sola – solo io e la Scozia. Una terra che amo per quella sensazione di pienezza che lasciano certi suoi paesaggi, per gli occhi che riflettono le nuvole dei suoi abitanti e quel tempo plumbeo, quasi cinereo.
Era novembre e, consapevole delle temperature, avevo indossato i miei migliori anfibi, il cappello di lana e il mio instancabile ottimismo.

Quando sono scesa dall’aereo e mi sono infilata nell’autobus per il centro, una pioggia lattiginosa mi ha investita, insieme a un freddo pungente. Quel tempo untuoso rendeva i contorni delle cose slabbrate; ma già mentre l’autobus si inerpicava per le vie del centro potevo riconoscere le classiche palazzine georgiane a schiera, uniformi e appaiate, in pietra chiara e levigata, con facciate simmetriche, colonne, timpani, porte con architravi decorati e fanlights in ferro battuto nero. Un’idea di ordine e una sensazione di muto ossequio mi ha subito investita. Chissà che vita facevano le persone che ci abitavano.
Mi chiedevo quale fosse il pomeriggio tipico di una ragazza del Leith che esce da scuola – probabilmente dalla Leith o dalla Trinity Academy – e prende il bus 16 o 22 (quei Lothian Buses arancioni che si stagliano sempre contro il bigio dei cieli scozzesi). Me la immaginavo mentre cammina lungo Leith Walk, l’arteria principale che collega il quartiere al centro città, tra negozi vintage, kebab shop, caffè indipendenti nati dalla recente gentrificazione mescolati a vecchi pub e chip shop storici. Chissà che musica ascolta, mi domandavo, una band folk sicuramente, truccata con l’eyeliner waterproof comprato da Superdrug, i capelli biondi svolazzanti al vento e un abbigliamento che ai miei occhi sarebbe apparso sicuramente imprudente (niente ombrello, niente impermeabile, niente scarpe resistenti all’acqua – proprio come tutti i veri scozzesi).
Più tardi sorseggiavo un tè caldo da asporto acquistato da The Milkman mentre con il mio zaino mi dirigevo nella camera che avevo prenotato in una zona residenziale, una cozy room con le luci soffuse che mi era subito piaciuta dalle foto e una gatta che, stando alle recensioni, sarebbe spesso venuta spesso a farci visita.
Ben presto mi sono accorta che i miei adorati anfibi imbarcavano acqua e che di acqua ne stava cadendo parecchia, nonostante le apparenze. Quella pioggerellina intermittente infatti gettava una luce asimmetrica rendendo ovattato il paesaggio, e i miei occhi erano così carichi di stupore e meraviglia da dimenticarmi per un attimo che ero completamente fradicia e che, come nelle migliori storie che si rispettino, il mio ombrello era stato dimenticato sull’autobus.
Ho affrettato il passo ma questo non ha fatto che peggiorare le cose: sono arrivata alla porta rossa fuoco dell’appartamento e, gocciolante, ho proseguito per le scale ricoperte di una moquette color avorio che rendeva la casa ancora più accogliente rispetto a quello che avevo visto nelle foto. La gatta è venuta subito a salutare, forse spinta dalla curiosità della nuova inquilina. Mi sono spogliata e ho abbandonato i miei abiti pesanti sui sifoni che ronzavano senza tregua emettendo un flebile calore.
Ho guardato oltre il bovindo della mia camera che affacciava sulla piccola corte. Il vetro si appannava leggermente e io ero in apprensione. Una carica elettrica mi attraversava di continuo. Ho indossato in fretta degli abiti asciutti, i miei anfibi ancora bagnati e, incurante della pioggia, sono uscita di nuovo.
Mi sono ovviamente bagnata ancora da capo a piedi per raggiungere il centro storico: eppure non mi importava più, avevo le cuffie piantate nelle orecchie con la voce instancabile di Darren Kiely che ruggiva piano.
La prima tappa è stata il Writers Museum, dedicato a tre giganti della letteratura scozzese – Walter Scott, Robert Burns e Robert Louis Stevenson – che si trova nella Lady Stair’s House, un edificio storico costruito nel 1622 dal mercante edimburghese Sir William Gray di Pittendrum, donato alla città nel 1907 dal Conte di Rosebery. È in un vicolo laterale della Royal Mile, inerpicata nella parte alta della città. Nel frattempo il cielo si era aperto e le nuvole, innervate già dei colori che preludono il tramonto, avevano iniziato a diradarsi.

Sono salita per le strette rampe di scale e ho affondato i piedi nel legno che scricchiolava sotto il peso del mio corpo. Ho osservato la macchina da stampa usata nel 1814 per stampare Waverley di Walter Scott, considerato il capostipite del romanzo storico in Scozia, insieme alla prima edizione dell’opera. Più in là, ho osservato il ritratto di Scott eseguito da Sir Francis Grant. Ho notato uno sguardo laconico, muto e forse un po’ stanco; la stanza ricostruita alla perfezione, con il tavolo del suo salotto al centro della sala per cercare di ricreare l’ambiente della sua casa, il set da scacchi e il cavallo a dondolo dell’infanzia. E chissà se la sua casa era veramente così – mi sono domandata. E poi mi sono chiesta anche come fosse possibile che i feticci di questi grandi autori passati corroborino ancora oggi le mura di questa città, un luogo più che mai impregnato da fantasmi e da echi passati. Una città costruita sulla storia dei tempi che furono. Osservavo con una punta di invidia la scrivania su cui Burns componeva le sue opere, mentre ripensavo alla casa di Dante a Firenze – una vetrina di oggetti inutili e mal disposti a confronto.
Poi ho visto gli stivali e un anello appartenuti a Stevenson; una collezione di lettere private dei tre autori; e tanti altri documenti e immagini. I cimeli, le cose morte, hanno sempre detenuto un fascino indiscutibile per me. La Scozia accoglieva i suoi morti come compagni di viaggio.
Mi è venuto in mente, mentre osservavo l’aria sorniona dei due ragazzi alla reception, che Greyfriars Kirkyard – a tutti gli effetti un cimitero – è il luogo che J.K. Rowling osservava dalla vicina Elephant House mentre scriveva Harry Potter, e dove si trova la tomba di un certo Thomas Riddell (il presunto spunto per Voldemort).
Dopo esser uscita dal museo, ho camminato ancora per un buon quarto d’ora, e le porte della Armchair Books mi si sono parate davanti in maniera quasi del tutto inaspettata. Questa libreria indipendente a conduzione familiare nel cuore storico della città, a pochi passi dal Grassmarket e con vista sul Castello, mi ha accolta con il suo caos calmo e un horror vacui persistente, un piccolo e stretto labirinto dove i libri erano letteralmente ovunque, si infilavano in ogni spazio libero, con pesanti scaffalature che salivano fino ai soffitti. Mentre vagavo per i corridoi ancora inzaccherata di fango e foglie, ho salutato il bufalo Clarence che veglia sui visitatori.

Di librerie ne ho visitate tante in soli due giorni, e qui ho scovato un’edizione in lingua originale de Il Giovane Mungo che ho subito comprato e riletto in pochi giorni.


Uscendo, mi sono accorta che le luci iniziavano a trapuntare le vie che, come scivoli bagnati, conducevano verso casa i lavoratori e verso i locali i giovani avventori come me. Ho camminato ancora un po’, inspirando a grandi polmoni le ventate terrose di questa città. Ho messo via il cellulare e dimenticato la mappa con lui e mi sono lasciata trasportare dal mio passo. Ormai stanca e affamata, mi sono infilata in un pub leggermente defilato rispetto alla via principale, con l’insegna araldica che emanava sentori di legno antico. Come molti altri locali, questo si trovava a un livello inferiore rispetto alla strada. Ho percorso alcuni scalini ricoperti di muschio per entrare, come se stessi varcando la soglia di una cripta laica. Gli arredi in mogano scuro e le luci soffuse mi hanno fatto sentire subito bene. Un barista dall’aspetto compatto e tornito si è avvicinato chiedendomi in quanti fossimo.
Only me ho risposto, sfoderando un grande sorriso. Mi ha fatto accomodare a un tavolo vicino al bancone e io mentalmente l’ho ringraziato – era una posizione perfetta per vedere l’andirivieni dei camerieri, i piatti fumanti che uscivano, la concitazione dei ragazzi appostati vicino alle spine delle birre. Finalmente ho disteso i muscoli mentre mi arrivava la prima pinta di Guinness, e quel sottosuolo caldo, affollato, luminoso di ottone e fuoco, mi ha abbracciata come una patina sottile e ovattata.

Non so se il sapore della felicità abbia quello di una Guinness ingollata a stomaco vuoto dopo ore di cammino per la città e i suoi sudari che preannunciavano la notte, ma io sono stata felice mentre camminavo per le vie di Edimburgo. Ho tirato fuori il mio taccuino per scrivere, ho bevuto un sorso e mi sono messa al lavoro prima che la portata principale venisse servita.
