Quando un luogo cura l’anima

Non ho mai creduto molto al misticismo, né ho mai voluto integrare il divino nella mia concezione di vita. Sono nata e cresciuta in una famiglia profondamente atea. Non abbiamo mai festeggiato più di tanto le feste religiose, e abbiamo sempre creduto che la vita fosse il risultato biologico di un incontro straordinario di cromosomi e cellule. 

Eppure da quando pratico yoga con costanza – direi quasi ogni giorno – ho imparato a modificare il mio sguardo, e di conseguenza anche la luce della spiritualità e del divino si è accesa. Riconduco spesso queste percezioni a un panorama, a un sapore, a un odore, a un luogo.

Ho allenato e sviluppato nel tempo un sentimento simile alla gratitudine: ringrazio per il cibo che mangio, per l’acqua che bevo, per la terra su cui cammino. E da queste cose, che nella cultura occidentale vengono spesso date per scontate e di conseguenza sprecate, cerco di trarre la massima energia e il massimo nutrimento possibile. Questo mi ricorda quanto impermanenti siamo, quanto in realtà dovremmo essere più attenti a ciò che ci viene dato – e molte volte ci viene regalato senza chiederci nulla in cambio. 

Ci sono luoghi che in effetti hanno la capacità di racchiudere qualcosa che per me ha molto di spirituale. Sono luoghi dove, anche solo calpestando la strada che ti porta ad accedervi, puoi percepire un’energia tutta particolare. Come se il tempo si fosse improvvisamente fermato. 

E uno di questi luoghi è Cavallara B&B, e si trova a soli dieci minuti di auto da dove abito. Spesso ci dimentichiamo che di luoghi meravigliosi ne esistono anche di vicinissimi a noi. 

Cavallara è un luogo appeso, incastonato tra i dolci clivi santarcangiolesi, e nasce dall’energia unica di Lucia (la padrona di casa), che qui ha voluto creare uno spazio di incontri, condivisione, connessioni. Lucia apre le porte della sua casa e ospita eventi, ritiri, piccoli concerti, cene in condivisione; e poi ha un intero appartamento, affacciato sul suo giardino, a disposizione degli ospiti. Il tutto, a tema musica. Qui vengono organizzate residenze artistiche, presentazioni, laboratori; e Lucia stupisce sempre con la sua vitalità e la sua energia dentro e fuori la cucina, dove spesso è intenta a preparare pietanze vegetali con un’attenzione particolare alla stagionalità. Una storia che si intreccia a quella di un famoso locale, il Velvet, che a Rimini ha fatto la storia della musica, ospitando concerti di artisti che venivano da tutto il mondo. Ed è a mio avviso emblematico che un luogo come Cavallara, con la sua collezione di vinili e le foto meravigliose degli artisti che hanno camminato sul palco del Velvet, sia stato in grado di darsi nuova linfa vitale, nuova energia per nascere in questa veste bellissima e così necessaria per il territorio.  

Sono stata qui una giornata intera, dove ho avuto il piacere di organizzare, insieme a un’altra bravissima insegnante, un ritiro yoga che prevedeva un cerchio di apertura, una pratica dinamica, un pranzo, e a finire un bagno sonoro. Quando ci siamo incontrati con gli altri partecipanti del gruppo eravamo quasi tutti sconosciuti. Pochi di noi conoscevano davvero la storia di Cavallara, ma questo luogo ci ha avvolto quasi subito come una coperta calda e accogliente. Ci siamo sentiti tutti più che a casa. Il cerchio di apertura da un lato all’orizzonte tratteneva i colori del mare, dall’altro i tappeti della Valmarecchia, con le sue tonalità che preludono l’autunno. 

Ci siamo lasciati cullare dalla brezza di settembre, dal suono della natura che qui colma ogni cosa. 

A pranzo abbiamo assaggiato le squisitezze proposte da Lucia, in una veranda che affacciava sul verde. Al centro del tavolo i fiori di campo raccolti per l’occasione. Il cibo era delizioso, di quella squisitezza che è possibile solo con una ricerca e selezione attenta degli ingredienti, raccolti con cura e rispetto. 

Nel pomeriggio, Noemi ci ha accompagnati in una pratica gentile di yoga e in un bagno sonoro che, attraverso le vibrazioni del tamburo sciamanico, delle campane tibetane e del koshi ha fatto risuonare e smuovere in noi l’elemento acqua, producendo un profondo ascolto. E mentre tutto ciò avveniva eravamo nella stanza della musica, avvolti dalla collezione di vinili di Cavallara. 

Quando ci siamo salutati, abbiamo invitato ognuno a scrivere su un foglio una parola, o una sensazione, che era rimasta dopo questa giornata.
Tutti si sentivano in qualche modo più vicini all’altro, ascoltati, connessi, radicati a terra. Tutti ci siamo guardati e, anche se le parole scambiate tra di noi erano state poche e marginali, c’è stata un’energia che ha attraversato il gruppo. L’energia che deriva dal condividere, dall’ascolto profondo di sé e degli altri. 

La terra è sempre quel posto dove puoi lasciare andare quello che non ti serve, ma è anche un luogo da cui puoi trarre maggiore stabilità. 

Ed è in posti come questo, forse, che la terra riesce a dare qualcosa di più, a trasmettere meglio i suoi frutti, in un modo che è difficile da spiegare. Forse, posti come Cavallara vanno solo vissuti.

Dove vorrei essere questo autunno

È iniziato settembre, quella stagione bellissima dove tutto si prepara a morire. I giorni si restringono, l’aria si fa cristallina e inizia a pizzicare il naso. 

E mi sono ritrovata a chiedermi dove vorrei essere in questo mese dell’anno – il mio periodo preferito, una meraviglia circolare che si ripete ogni anno. 

Qualche giorno fa ero con un amico in uno splendido ristorante affacciato sul mare, a Cesenatico. Stavamo appollaiati sotto una terrazza che dava sull’indaco del mare, le onde dorate della sabbia e il bianco sfacciato degli ombrelloni ancora aperti. La brezza di un quasi settembre. Scorgevo il verde di un orto nel retro. Lui mi stava dicendo che gli piaceva scrivere in quel posto, di tanto in tanto.

Photo credits @Maré con l’accento

E io ho pensato che quando scrivo ho bisogno di stare in uno spazio chiuso e buio. Io che per definizione amo la luce e tutte le sue declinazioni, quando compongo frasi, o versi, ho bisogno di raccogliermi. Di solito amo praticare yoga negli spazi aperti, nuotare fino allo sfinimento al mare o in piscina – sempre fin dove i miei arti mi consentono di arrivare. Amo perdermi in città più grandi di quanto avevo immaginato. Vago senza sapere nulla per ore e ore. Mi piace camminare. Ma poi, quando scrivo, ho bisogno di eliminare ogni possibile distrazione. Lasciare il mondo fuori. Chiudere la porta. Solo un foglio bianco davanti a me e la mia musica – quest’ultima certamente non può mai mancare.

Scrivere per me è sempre stato come viaggiare: mi immergo ossessivamente, con pervicacia, in luoghi, personaggi, atmosfere. Tendo a volte a perdere i confini. 

Per esempio ultimamente sto scrivendo un testo piuttosto lungo e impegnativo su Venezia: di notte mi capita spesso di svegliarmi squassata dalle maree con il suono della sirena che annuncia l’alta marea piantato nelle orecchie. 

Quindi oggi la mia immaginazione o la mia penna – che per me sono la stessa cosa – dove mi trascineranno? Posso essere ovunque anche se sono chiusa in una stanza piccola dal soffitto mansardato e stipata di libri, con le finestre e le serrande abbassate?

Allora mi sono immaginata di essere in un cove frastagliato del Maine, nel New England. Mi è venuta questa incredibile voglia di spazi aperti, di aria. Di alberi fitti fino al cielo. Di isolotti con abeti neri che sembrano galleggiare nella caligine mattutina. Ho immaginato di perdermi in una di quelle strade, osservando come la natura sembra aver architettato lo spazio per l’uomo e non viceversa. Boschi di aceri e querce imponenti, acqua color calaite e foreste che si perdono all’orizzonte. 

Dal buio della mia stanza, ho pensato che in quei posti forse la vita sembra quasi diversa. Forse si riduce tutto alla grandezza del sentirsi piccoli. 

Ho visto il colore ramato e le cromature delle foglie, ho sentito gli sbuffi di vento sul viso. Ho immaginato di viaggiare su strade lisce e nere su una vecchia Pontiac GTO – di quelle che si vedevano nei vecchi film degli anni Sessanta, o nei remake degli anni Duemila. Mi vedo seduta sui sedili che puzzano di fumo e di Yankee Candle alla cannella, mentre fuori gli abeti continuano a salire. Intravedo l’incrocio con una strada sterrata e so che lì, a pochi centinaia di metri, riposa un lago incoronato da montagne di granito. Immagino poi di farmi strada tra quei boschi, spostando con le braccia gli arbusti per entrare di soppiatto nel cuore di un qualche parco nazionale. Magari percepisco il frullo d’ala di un’aquila e la vedo stagliata contro un sole che sembra quasi morto. Al limitare del lago l’acqua è un manto teso, incolore, e riflette la rotondità delle nuvole. Spuntano come una costellazione i massi dal fondale. 

Ancora immersa tra le conifere mi sento sola, protetta. E piccola. 

Poco dopo sono di nuovo a bordo della Pontiac a godermi il ronzio dell’abitacolo, mentre l’auto sfreccia e gli alberi, mutilati e neri, continuano a salire come spettri. Mi dirigo verso casa – la mia casa con assi di legno a listelli orizzontali dipinti di bianco e un tetto spiovente e scivoloso. La veranda corre intorno a tre lati della casa, la avvolge come una schiuma, e c’è anche la classica sedia a dondolo abbandonata nel mezzo. 

Le mattine lì, con la nebbia che digrada lentamente, hanno il sentore dell’incanto che avevano certi luoghi di cui sentivo spesso parlare da piccola. Un faro bianco solitario su una scogliera, i villaggi che si svuotano dei bagnanti estivi e tornano a una quiete quasi sospesa nel tempo, con l’unico rumore delle boe e dei gabbiani. Immagino, dopo un sonno ristoratore, di sedermi quieta questa veranda  osservando le nervature rosa sull’acqua. Sorseggio un tè affacciata su quel manto grezzo. Lì guardo il mutare lento e inesorabile del tempo. E forse sono felice. 

Ma poi penso che un’altra destinazione è solo una proiezione delle nostre aspettative. Mi ricompongo, ritorno al mio tavolo della colazione di qualche giorno fa affacciato sul mare. Guardo un uomo dalle braccia tornite dal lavoro raccogliere i pomodori dall’orto nel retro, un peschereccio rientra nel porto quasi svuotato. 
Sì, penso, in fondo anche qui non è male. 

Dove sta la felicità a Edimburgo

Qualche mese fa ho passato un giorno da sola a Edimburgo mentre aspettavo che una mia cara amica arrivasse con il volo del giorno successivo. Non vedevo questa mia amica di Londra da più di un anno. Non ci sentivamo spesso ma quando lo facevamo ci raccontavamo le cose importanti – quelle che si riservano all’amicizia che ha la forza di oltrepassare il tempo e gli spazi.
Così ci eravamo date appuntamento per il sabato, mentre io ero arrivata di venerdì ed ero avida di quel tempo da sola – solo io e la Scozia. Una terra che amo per quella sensazione di pienezza che lasciano certi suoi paesaggi, per gli occhi che riflettono le nuvole dei suoi abitanti e quel tempo plumbeo, quasi cinereo. 

Era novembre e, consapevole delle temperature, avevo indossato i miei migliori anfibi, il cappello di lana e il mio instancabile ottimismo. 

Quando sono scesa dall’aereo e mi sono infilata nell’autobus per il centro, una pioggia lattiginosa mi ha investita, insieme a un freddo pungente. Quel tempo untuoso rendeva i contorni delle cose slabbrate; ma già mentre l’autobus si inerpicava per le vie del centro potevo riconoscere le classiche palazzine georgiane a schiera, uniformi e appaiate, in pietra chiara e levigata, con facciate simmetriche, colonne, timpani, porte con architravi decorati e fanlights in ferro battuto nero. Un’idea di ordine e una sensazione di muto ossequio mi ha subito investita. Chissà che vita facevano le persone che ci abitavano.

Mi chiedevo quale fosse il pomeriggio tipico di una ragazza del Leith che esce da scuola – probabilmente dalla Leith o dalla Trinity Academy – e prende il bus 16 o 22 (quei Lothian Buses arancioni che si stagliano sempre contro il bigio dei cieli scozzesi). Me la immaginavo mentre cammina lungo Leith Walk, l’arteria principale che collega il quartiere al centro città, tra negozi vintage, kebab shop, caffè indipendenti nati dalla recente gentrificazione mescolati a vecchi pub e chip shop storici. Chissà che musica ascolta, mi domandavo, una band folk sicuramente, truccata con l’eyeliner waterproof comprato da Superdrug, i capelli biondi svolazzanti al vento e un abbigliamento che ai miei occhi sarebbe apparso sicuramente imprudente (niente ombrello, niente impermeabile, niente scarpe resistenti all’acqua – proprio come tutti i veri scozzesi). 

Più tardi sorseggiavo un tè caldo da asporto acquistato da The Milkman mentre con il mio zaino mi dirigevo nella camera che avevo prenotato in una zona residenziale, una cozy room con le luci soffuse che mi era subito piaciuta dalle foto e una gatta che, stando alle recensioni, sarebbe spesso venuta spesso a farci visita. 

Ben presto mi sono accorta che i miei adorati anfibi imbarcavano acqua e che di acqua ne stava cadendo parecchia, nonostante le apparenze. Quella pioggerellina intermittente infatti gettava una luce asimmetrica rendendo ovattato il paesaggio, e i miei occhi erano così carichi di stupore e meraviglia da dimenticarmi per un attimo che ero completamente fradicia e che, come nelle migliori storie che si rispettino, il mio ombrello era stato dimenticato sull’autobus. 

Ho affrettato il passo ma questo non ha fatto che peggiorare le cose: sono arrivata alla porta rossa fuoco dell’appartamento e, gocciolante, ho proseguito per le scale ricoperte di una moquette color avorio che rendeva la casa ancora più accogliente rispetto a quello che avevo visto nelle foto. La gatta è venuta subito a salutare, forse spinta dalla curiosità della nuova inquilina. Mi sono spogliata e ho abbandonato i miei abiti pesanti sui sifoni che ronzavano senza tregua emettendo un flebile calore. 

Ho guardato oltre il bovindo della mia camera che affacciava sulla piccola corte. Il vetro si appannava leggermente e io ero in apprensione. Una carica elettrica mi attraversava di continuo. Ho indossato in fretta degli abiti asciutti, i miei anfibi ancora bagnati e, incurante della pioggia, sono uscita di nuovo. 

Mi sono ovviamente bagnata ancora da capo a piedi per raggiungere il centro storico: eppure non mi importava più, avevo le cuffie piantate nelle orecchie con la voce instancabile di Darren Kiely che ruggiva piano. 

La prima tappa è stata il Writers Museum, dedicato a tre giganti della letteratura scozzese – Walter Scott, Robert Burns e Robert Louis Stevenson – che si trova nella Lady Stair’s House, un edificio storico costruito nel 1622 dal mercante edimburghese Sir William Gray di Pittendrum, donato alla città nel 1907 dal Conte di Rosebery. È in un vicolo laterale della Royal Mile, inerpicata nella parte alta della città. Nel frattempo il cielo si era aperto e le nuvole, innervate già dei colori che preludono il tramonto, avevano iniziato a diradarsi.

Sono salita per le strette rampe di scale e ho affondato i piedi nel legno che scricchiolava sotto il peso del mio corpo. Ho osservato la macchina da stampa usata nel 1814 per stampare Waverley di Walter Scott, considerato il capostipite del romanzo storico in Scozia, insieme alla prima edizione dell’opera. Più in là, ho osservato il ritratto di Scott eseguito da Sir Francis Grant. Ho notato uno sguardo laconico, muto e forse un po’ stanco; la stanza ricostruita alla perfezione, con il tavolo del suo salotto al centro della sala per cercare di ricreare l’ambiente della sua casa, il set da scacchi e il cavallo a dondolo dell’infanzia. E chissà se la sua casa era veramente così – mi sono domandata. E poi mi sono chiesta anche come fosse possibile che i feticci di questi grandi autori passati corroborino ancora oggi le mura di questa città, un luogo più che mai impregnato da fantasmi e da echi passati. Una città costruita sulla storia dei tempi che furono. Osservavo con una punta di invidia la scrivania su cui Burns componeva le sue opere, mentre ripensavo alla casa di Dante a Firenze – una vetrina di oggetti inutili e mal disposti a confronto. 

Poi ho visto gli stivali e un anello appartenuti a Stevenson; una collezione di lettere private dei tre autori; e tanti altri documenti e immagini. I cimeli, le cose morte, hanno sempre detenuto un fascino indiscutibile per me. La Scozia accoglieva i suoi morti come compagni di viaggio. 

Mi è venuto in mente, mentre osservavo l’aria sorniona dei due ragazzi alla reception, che Greyfriars Kirkyard – a tutti gli effetti un cimitero – è il luogo che J.K. Rowling osservava dalla vicina Elephant House mentre scriveva Harry Potter, e dove si trova la tomba di un certo Thomas Riddell (il presunto spunto per Voldemort).  

Dopo esser uscita dal museo, ho camminato ancora per un buon quarto d’ora, e le porte della Armchair Books mi si sono parate davanti in maniera quasi del tutto inaspettata. Questa libreria indipendente a conduzione familiare nel cuore storico della città, a pochi passi dal Grassmarket e con vista sul Castello, mi ha accolta con il suo caos calmo e un horror vacui persistente, un piccolo e stretto labirinto dove i libri erano letteralmente ovunque, si infilavano in ogni spazio libero, con pesanti scaffalature che salivano fino ai soffitti. Mentre vagavo per i corridoi ancora inzaccherata di fango e foglie, ho salutato il bufalo Clarence che veglia sui visitatori.

Di librerie ne ho visitate tante in soli due giorni, e qui ho scovato un’edizione in lingua originale de Il Giovane Mungo che ho subito comprato e riletto in pochi giorni.

Uscendo, mi sono accorta che le luci iniziavano a trapuntare le vie che, come scivoli bagnati, conducevano verso casa i lavoratori e verso i locali i giovani avventori come me. Ho camminato ancora un po’, inspirando a grandi polmoni le ventate terrose di questa città. Ho messo via il cellulare e dimenticato la mappa con lui e mi sono lasciata trasportare dal mio passo. Ormai stanca e affamata, mi sono infilata in un pub leggermente defilato rispetto alla via principale, con l’insegna araldica che emanava sentori di legno antico. Come molti altri locali, questo si trovava a un livello inferiore rispetto alla strada. Ho percorso alcuni scalini ricoperti di muschio per entrare, come se stessi varcando la soglia di una cripta laica. Gli arredi in mogano scuro e le luci soffuse mi hanno fatto sentire subito bene. Un barista dall’aspetto compatto e tornito si è avvicinato chiedendomi in quanti fossimo.

Only me ho risposto, sfoderando un grande sorriso. Mi ha fatto accomodare a un tavolo vicino al bancone e io mentalmente l’ho ringraziato – era una posizione perfetta per vedere l’andirivieni dei camerieri, i piatti fumanti che uscivano, la concitazione dei ragazzi appostati vicino alle spine delle birre. Finalmente ho disteso i muscoli mentre mi arrivava la prima pinta di Guinness, e quel sottosuolo caldo, affollato, luminoso di ottone e fuoco, mi ha abbracciata come una patina sottile e ovattata. 

Non so se il sapore della felicità abbia quello di una Guinness ingollata a stomaco vuoto dopo ore di cammino per la città e i suoi sudari che preannunciavano la notte, ma io sono stata felice mentre camminavo per le vie di Edimburgo. Ho tirato fuori il mio taccuino per scrivere, ho bevuto un sorso e mi sono messa al lavoro prima che la portata principale venisse servita.