È iniziato settembre, quella stagione bellissima dove tutto si prepara a morire. I giorni si restringono, l’aria si fa cristallina e inizia a pizzicare il naso.
E mi sono ritrovata a chiedermi dove vorrei essere in questo mese dell’anno – il mio periodo preferito, una meraviglia circolare che si ripete ogni anno.
Qualche giorno fa ero con un amico in uno splendido ristorante affacciato sul mare, a Cesenatico. Stavamo appollaiati sotto una terrazza che dava sull’indaco del mare, le onde dorate della sabbia e il bianco sfacciato degli ombrelloni ancora aperti. La brezza di un quasi settembre. Scorgevo il verde di un orto nel retro. Lui mi stava dicendo che gli piaceva scrivere in quel posto, di tanto in tanto.

E io ho pensato che quando scrivo ho bisogno di stare in uno spazio chiuso e buio. Io che per definizione amo la luce e tutte le sue declinazioni, quando compongo frasi, o versi, ho bisogno di raccogliermi. Di solito amo praticare yoga negli spazi aperti, nuotare fino allo sfinimento al mare o in piscina – sempre fin dove i miei arti mi consentono di arrivare. Amo perdermi in città più grandi di quanto avevo immaginato. Vago senza sapere nulla per ore e ore. Mi piace camminare. Ma poi, quando scrivo, ho bisogno di eliminare ogni possibile distrazione. Lasciare il mondo fuori. Chiudere la porta. Solo un foglio bianco davanti a me e la mia musica – quest’ultima certamente non può mai mancare.
Scrivere per me è sempre stato come viaggiare: mi immergo ossessivamente, con pervicacia, in luoghi, personaggi, atmosfere. Tendo a volte a perdere i confini.
Per esempio ultimamente sto scrivendo un testo piuttosto lungo e impegnativo su Venezia: di notte mi capita spesso di svegliarmi squassata dalle maree con il suono della sirena che annuncia l’alta marea piantato nelle orecchie.
Quindi oggi la mia immaginazione o la mia penna – che per me sono la stessa cosa – dove mi trascineranno? Posso essere ovunque anche se sono chiusa in una stanza piccola dal soffitto mansardato e stipata di libri, con le finestre e le serrande abbassate?
Allora mi sono immaginata di essere in un cove frastagliato del Maine, nel New England. Mi è venuta questa incredibile voglia di spazi aperti, di aria. Di alberi fitti fino al cielo. Di isolotti con abeti neri che sembrano galleggiare nella caligine mattutina. Ho immaginato di perdermi in una di quelle strade, osservando come la natura sembra aver architettato lo spazio per l’uomo e non viceversa. Boschi di aceri e querce imponenti, acqua color calaite e foreste che si perdono all’orizzonte.



Dal buio della mia stanza, ho pensato che in quei posti forse la vita sembra quasi diversa. Forse si riduce tutto alla grandezza del sentirsi piccoli.
Ho visto il colore ramato e le cromature delle foglie, ho sentito gli sbuffi di vento sul viso. Ho immaginato di viaggiare su strade lisce e nere su una vecchia Pontiac GTO – di quelle che si vedevano nei vecchi film degli anni Sessanta, o nei remake degli anni Duemila. Mi vedo seduta sui sedili che puzzano di fumo e di Yankee Candle alla cannella, mentre fuori gli abeti continuano a salire. Intravedo l’incrocio con una strada sterrata e so che lì, a pochi centinaia di metri, riposa un lago incoronato da montagne di granito. Immagino poi di farmi strada tra quei boschi, spostando con le braccia gli arbusti per entrare di soppiatto nel cuore di un qualche parco nazionale. Magari percepisco il frullo d’ala di un’aquila e la vedo stagliata contro un sole che sembra quasi morto. Al limitare del lago l’acqua è un manto teso, incolore, e riflette la rotondità delle nuvole. Spuntano come una costellazione i massi dal fondale.

Ancora immersa tra le conifere mi sento sola, protetta. E piccola.
Poco dopo sono di nuovo a bordo della Pontiac a godermi il ronzio dell’abitacolo, mentre l’auto sfreccia e gli alberi, mutilati e neri, continuano a salire come spettri. Mi dirigo verso casa – la mia casa con assi di legno a listelli orizzontali dipinti di bianco e un tetto spiovente e scivoloso. La veranda corre intorno a tre lati della casa, la avvolge come una schiuma, e c’è anche la classica sedia a dondolo abbandonata nel mezzo.
Le mattine lì, con la nebbia che digrada lentamente, hanno il sentore dell’incanto che avevano certi luoghi di cui sentivo spesso parlare da piccola. Un faro bianco solitario su una scogliera, i villaggi che si svuotano dei bagnanti estivi e tornano a una quiete quasi sospesa nel tempo, con l’unico rumore delle boe e dei gabbiani. Immagino, dopo un sonno ristoratore, di sedermi quieta questa veranda osservando le nervature rosa sull’acqua. Sorseggio un tè affacciata su quel manto grezzo. Lì guardo il mutare lento e inesorabile del tempo. E forse sono felice.

Ma poi penso che un’altra destinazione è solo una proiezione delle nostre aspettative. Mi ricompongo, ritorno al mio tavolo della colazione di qualche giorno fa affacciato sul mare. Guardo un uomo dalle braccia tornite dal lavoro raccogliere i pomodori dall’orto nel retro, un peschereccio rientra nel porto quasi svuotato.
Sì, penso, in fondo anche qui non è male.